E’ il 1900 quando Schnitzler pubblica la novella Il sottotenente Gustl, la quale colpisce non tanto per la storia paradossale quanto per l’uso del monologo interiore. Cesare De Marchi, nella sua prefazione alla raccolta di Novelle dell’autore austriaco, sottolinea che “a differenza della narrazione in prima persona o in discorso indiretto libero, questa tecnica mira a riprodurre direttamente gli eventi mentali del personaggio, rinunciando al sussidio di qualunque intervento descrittivo.” De Marchi conferma anche che Schnitzler non nascose di aver avuto un modello nel romanzo di Édouard Dujardin Les lauriers sont coupés, del 1887, romanzo a cui si ispirò per il suo stream of consciousness anche Joyce.

Nel 1898 Dujardin così definiva la varietà del monologo interiore all’interno della narrazione soggettiva:

“Il monologo interiore, come qualunque monologo, è un discorso del personaggio messo in scena, e ha come fine quello di introdurci direttamente nella vita interiore di questo personaggio senza che l’autore intervenga con spiegazioni e commenti e, come qualsiasi monologo, è un discorso senza uditori e un discorso non pronunciato; però si differenzia dal monologo tradizionale per il motivo seguente: per ciò che riguarda la materia, è un’esperienza del pensiero più intimo, più prossimo all’inconscio; per ciò che riguarda il suo spirito, è un discorso anteriore a qualunque organizzazione logica e riproduce quel pensiero nel suo stato nascente o con l’aspetto di appena arrivato; per ciò che riguarda la sua forma, si realizza in frasi dirette con un minimo di sintassi.”

 

Il 1898 per la Spagna e per la letteratura spagnola è un anno cruciale; è l’anno della Guerra di Cuba in cui il Paese perde le sue ultime colonie d’oltremare e che dunque segna con il sangue una decadenza politica, sociale e culturale ormai irrefutabile. Il movimento letterario che da qui prende le mosse, la Generación del ’98, insiste in questo modo sulla necessità di ripartire da questo disastro che segna l’evento finale della parabola discendente del Paese, per un’apertura all’Europa e al moderno, al nuovo secolo, per un rinnovamento totale dell’asfittico e decadente panorama socio-politico.

Il gruppo di scrittori “noventaiocistas” trattarono temi propri della filosofia e letteratura europea dell’epoca – l’esistenzialismo- e, attraverso la protesta per l’isolazionismo della Spagna in Europa e la necessità di riscatto del Paese, propugnarono la ricerca di una Spagna nuova a partire dalle proprie radici, la propria storia, il proprio paesaggio, la propria anima. El alma de España è per tutto il Gruppo la desolata, pietrosa, murgiana Castilla, cuore delle tradizioni popolari e letterarie spagnole e dei valori propri del suo popolo.

All’interno della Generazione del 98, Miguel de Unamuno è il rappresentante più significativo. La sua produzione letteraria si divide tra le due grandi direttrici proprie di questo gruppo di scrittori, il senso della vita umana e il problema di Spagna, ma è in riferimento al tema esistenziale che egli si colloca saldamente tra i massimi esponenti della filosofia spagnola contemporanea.

La filosofia unamuniana parte dall’uomo, el hombre en carne y hueso – l’uomo reale contrapposto all’uomo ideale hegeliano, l’uomo che soffre, che dubita, che è solo davanti al nulla-  e si converte in filosofia agonica. La agonía, nel suo significato etimologico, dà il titolo ad uno dei suoi saggi La agonía del cristianismo e mette in chiaro qual è il motivo di tale lotta: scoprire di non essere e l’aspirazione a voler essere, la certezza della mortalità e del nulla e la volontà di essere immortali e di credere in Dio. L’uomo unamuniano è un uomo che vuole serse, letteralmente “essersi”, cioè realizzare pienamente la sua esistenza reale e autodeterminata.

All’interno dell’ampia e variegata produzione di Unamuno, Niebla, romanzo scritto nel 1907 e pubblicato nel 1914 –anno in cui Joyce cominciava la stesura del suo Ulysses- è l’opera in cui furono introdotte tali novità formali dall’indurre l’autore ad un curioso sottotitolo, nivola. Questo neologismo intendeva indicare la sua creatura a metà tra la novela e la niebla nella quale si dipana.

In questo romanzo, in cui il lettore italiano riconosce caratteri pirandelliani e sveviani, l’autore rappresenta tale stato di angoscioso malessere attraverso la narrazione di un caso patologico, Agustín Pérez, che cerca la sua essenza attraverso il dialogo, il dialogo con gli altri, incluso il suo cane Orfeo, ma anche con se stesso. In effetti, il testo di Niebla si distribuisce sostanzialmente tra monologo interiore del protagonista (20%), narrazione descrittiva in terza persona (20%) e dialogo (60%). Il dialogo come freudiana terapia psicanalitica, che si moltiplica nel discorso interiore e si esplicita nel discorso dialogico.

Niebla si colloca pertanto nel panorama funambolesco e “distorsivo” del primo novecento europeo come percorso labirintico, come gioco di specchi per una serie di rimandi interni, agonici, appunto. Il primo è il conflitto interiore vissuto dal personaggio Augusto, incapace di gestire la propria vita/non-vita, evidente nelle descrizioni del narratore ma ancor più nel suo monologo interiore. Il monologo interiore, infatti, in Niebla appartiene al personaggio principale, solo a lui, Augusto Pérez, uomo ridicolo, inetto, credulone, dalle facili passioni, indeciso. Nel primo capitolo il narratore in terza persona offre la sua descrizione con accenti buffoneschi ed efficaci, ma il ritratto più icastico delle sue peculiarità caratteriali lo porge il rapido susseguirsi dei suoi stessi pensieri nella breve passeggiata senza meta.

Il secondo doppio gioco di rimandi è un’opposizione autorale tra Miguel de Unamuno e Víctor Goti, buon amico e confidente di Augusto, ma anche prefatore del romanzo Niebla e dunque buon amico dell’autore Unamuno. Goti dichiara, in una delle sue chiacchierate con Augusto, e precedentemente nel prologo, non solo di star scrivendo un romanzo ma anche di essere lui l’inventore della parola nivola  e non Unamuno.[1]

Ma la pugna più eclatante è quella che scoppia letteralmente alla fine del romanzo, quando si sdoppia la voce narrante e si trasforma in quella dell’autore Unamuno che descrive la visita del suo personaggio Augusto[2]: è la battaglia finale, dialogica, tra l’autore e il personaggio, ennesima lotta agonica interna al romanzo tra ego e alter ego in cui si dibatte inquieto, in un continuo gioco di rimandi, il pensiero del filosofo di Salamanca, anch’egli invischiato nella sua realtà storica nelle stesse drammatiche domande e negli stessi insolubili dissidi.

Il personaggio Augusto, ente de ficción, perso nei suoi desideri di suicidio[3] non si accorge di esser uscito dalla sua finzione ed entrato nella realtà, in casa del suo dio/creatore, colui che solo può decidere della sua vita e della sua morte nonostante questa scoperta subito dopo dipani il filo del suo labirinto e lo porti alla finale consapevolezza e voglia di serse,[4] epilogo inutile e tardivo in un percorso umano caratterizzato da inconsapevolezza, ingenuità, incapacità, ribellione e resa finale.

 

 

g.p.2009                                                                                 

 


[1] In realtà la poetica unamuniana traspare dalle parole di questo personaggio “El alma de un personaje de drama, de novela, o de nivola no tiene más interior que el que le da … el lector”. “Ya te vas curando: ya empiezas a devorarte. Lo prueba esa pregunta. ¡Ser o no ser!…, que dijo Hamlet, uno de los que inventaron a Shakespeare.”

[2] “Cuando me anunciaron su visita sonreí enigmáticamente y le mandé pasar a mi despacho-librería.”

[3] “Aquella tempestad del alma de Augusto terminò, como en terrible calma, en decisión de suicidarse.”

[4] Il bizzarro dialogo dei personaggi col suo autore lo ritroveremo a Roma sette anni dopo la pubblicazione di Niebla, con la rappresentazione del pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore, durante la quale l’autore siciliano fu contestato al grido di Manicomio!

 

El italiano y nuestro idioma preferido utilizan formas diferentes para señalar la presencia de personas u objetos en un lugar.

En castellano tenemos los verbos haber/estar utilizados en el presente de indicativo en la forma de HAY - invariable con plural o singular –  y ESTÁ o ESTÁN  – según se trate de sustantivos singulares o plurales.

Entonces, el italiano C’è-ci sono/è-sono, se traducen con estas formas, hay/está-están, y la una o las otras se eligen respectivamente siguiendo el principio de lo desconocido/indefinido frente a lo conocido/definido.

De hecho, HAY se utiliza para hablar de la presencia de objetos no bien definidos o personas sin nombre propio y  que introducimos con:

artículos indeterminados (un, una, unos, unas)

indefinidos, excepto todo/a/s (nada, mucho/a/s, poco/a/s, algún/a/s…)

numerales (dos, tres, cuatro…)

sustantivos no numerables (pan, agua, carne…)

sustantivos comunes, sin artículos.

Mientras ESTÁ/ESTÁN se utliza, por el contrario, para señalar objetos definidos y personas con nombre propio y que introducimos con:

artículos determinados (el/la/los/las)

adjetivos y pronombres demonstrativos (este/os, esta/s, ese/os…)

adjetivos y pronombres posesivos (mi/s, mío/a/s, tu/s, tuyo/a/s…)

nombre propio (Lucía, Juan…).

Ejercicios:

1. Esta noche hay/está una película buena en la tele.

2. No hay/está agua en la botella.

3. En Córdoba hay/están muchos patios.

4. ¿Puede decirme si hay/están habitaciones libres?

5. ¿Dónde hay/está la llave de mi coche? 

 

 

Ahí va un artículo sacado de comentariodetexto.com sobre los pasos a seguir para hacer un comentario.

Esta es sólo una introducción general al tema. En posteriores mensajes y, especialmente, cuando desarrollemos los modelos de comentario de texto explicados paso a paso, habrá unas instrucciones más concretas sobre el análisis de la forma en diferentes estilos de comentario de texto.
¿Cómo se hace un comentario de texto literario? El análisis de la forma
Esta pregunta tiene, sin duda, múltiples respuestas. Depende del propósito y del marco en el que estemos trabajando.
A veces, el objetivo es exclusivamente el comentario de un texto en concreto por sí mismo. Otras veces, el comentario de un texto se hace en el marco de un estudio más amplio y, en ese caso, quizá al comentarista sólo se interese analizar determinados aspectos del texto en cuestión.
También se hace el comentario de texto de un modo u otro, según el área educativa de la que se trate: secundaria,bachillerato, prueba de acceso a la Universidad para mayores de 25 años, preparación de oposiciones, estudios universitarios, tesis, tesinas,etc.
Al estudiante que se inicia en la técnica del comentario de textos literarios, normalmente les resulta más útil acogerse a algún modelo de comentario de textos que ya esté lo suficientemente asentado y contrastado y que, además, ofrezca un esquema claro de pasos a seguir.
Si es preciso, incluso puede simplificarse o reducirse el esquema de comentario a sus secciones fundamentales, en aras de favorecer el aprendizaje inicial.
Cuando se empieza a hacer comentarios de texto, es frecuente que el apartado que más dificultades presente para aquellos que se inician en esta técnica de trabajo sea el llamado, según los casos, “análisis estilístico” o “análisis de la forma (partiendo del fondo o tema)”, etc. Los dos modos básicos de afrontar esta parte del análisis en cualquier esquema de comentario de textos literarios son los siguientes:
-Un análisis lineal
Es decir, el tradicional “verso a verso” o “línea a línea”.
En este caso, simplemente, se comienza por la primera línea del texto -si es prosa- o por el primer verso -si es poesía- y se va comentando de arriba abajo todo aquello digno de mención que se va encontrando en el texto desde el punto de vista lingüístico o retórico.
Una redacción del análisis de la forma lineal podría tener un aspecto semejante al siguiente:
El primer verso se abre con una metáfora que…” “En los versos primero tercero y cuarto observamos una anáfora que…”
-Un análisis por niveles.
En este otro esquema de comentario, el análisis se aborda por niveles lingüísticos. Es decir, se hace un subapartado para cada uno de los niveles lingüísticos que se vayan a comentar (pragmático, fónico, sintáctico, léxico-semántico…).En cada nivel, se comenta todo aquello que sea significativo en todo el poema. Dentro de cada nivel de análisis, normalmente, se seguirá un orden lineal comentando los diferentes aspectos relativos a ese nivel “de arriba abajo” desde el principio hasta llegar al final del texto.
Así, por ejemplo, si en nuestro esquema de comentario abrimos un subapartado para el análisis de todo aquello relacionado con el nivel fónico, comentaremos todos los aspectos fónicos relevantes del texto empezando por la primera línea o verso y siguiendo en orden descendente hasta completar el análisis de todo lo relativo a ese nivel fónico en el texto.
Del mismo modo procederemos con cada uno de los niveles de análisis que incluya el modelo de comentario que estemos siguiendo.
El número de niveles y la naturaleza de los mismos, claro está, dependerá del modelo de comentario que se esté aplicando.
La redacción del análisis de la forma dentro de un esquema de comentario por niveles podría ser algo parecido a lo siguiente:
“Por lo que se refiere al nivel fónico, este poema destaca por un ritmo vigoroso y muy expresivo, como puede apreciarse, por ejemplo, de un modo muy marcado, en las anáforas, presentes en todo el texto, tal como vemos ya en la primera estrofa en los versos primero y tercero y cuarto con la repetición de…”
Dicho esto, en mi opinión, el principiante suele obtener mejores resultados -o si se quiere resultados más “aparentes”- si sigue un esquema de comentario que estructure el análisis de la forma por niveles.
Sí, porque al ofrecer el modelo de comentario un esquema más estructurado, favorece que la redacción del comentario tenga también un aspecto más estructurado. También exige al comentarista un mayor esfuerzo de reflexión y de captación abstracta de la organización y del sentido último del texto y, de este modo, facilita al estudiante una mejor visión de conjunto de los fenómenos relevantes que tienen lugar en el texto analizado. Todo esto ayuda al estudiante a evitar el típico error de limitarse a hacer una superficial “lista de recursos literarios” sin entrar a analizar realmente el texto.
Siguiendo un esquema de comentario de texto organizado en niveles, en el apartado de análisis formal, lo que quizá se pierda en detalle por falta de experiencia, se gana en cohesión y organización en el modo de exponer el comentario. Se disimulan mejor los efectos, podríamos decir también en otro tono.

 

Las primeras irregularidades en los verbos españoles las encontramos ya en el presente de indicativo.

Aquí encontráis un cuadro de todas las formas irregulares.

Imprescindibles para escribir textos, para expresar correctamente la relación entre las oraciones que componen un período, las conjunciones y las locuciones conjuntivas, los adverbios y locuciones adverbiales, sirven de nexos, de conectores, pues.

Se utilizan indistintamente en oraciones simples y compuestas e incluso se pueden referir a oraciones precedentes, alejadas de la oración en la que se encuentran y contribuyen a la cohesión de un texto.

1. DEFINICIÓN DE COHESIÓN
La cohesión puede definirse como la “propiedad constituida por la interrelación lingüística de las distintas partes de un texto” (González, 2002: 117). Se obtiene mediante los medios lingüísticos que proporcionan una trabazón entre los distintos constituyentes textuales contribuyendo de este modo a conseguir la coherencia como propiedad global del texto. Consiste, pues, la cohesión, en el conjunto todos los mecanismos sintáctico-semánticos (funciones lingüísticas) que indican relaciones entre los elementos de un texto.

Veamos los conectores que nos pueden ayudar más a la hora de organizar un texto escrito u oral, divididos en tres tipos, según su función, elegidos entre los que a menudo nos causan alguna que otra duda.

1. ADVERSATIVOS

Los encontramos cuando se contraponen una oración afirmativa y una negativa.

Pero No quería ir pero fui.

SinoNo es caro, sino carísimo.

Atención: contrariamente a “pero”, esta conjunción

exige negación en la primera de las dos oraciones que une, a la cual contrapone siempre, de manera excluyente, una oración afirmativa.

Aunque ►Me han invitado aunque no sé si iré.

Esta conjunción también tiene función concesiva:

              ►Aunque pienses lo contrario, hemos estado trabajando mucho este mes.

Sin embargo ► LLevaba años en París, sin embargo nunca se olvidó de mí.

Excepto, salvo ► Vamos a ir a la corrida, excepto si llueve.

A pesar de ► A pesar de todo, pienso que mis padres me quieren mucho.

2. EXPLICATIVOS y ADITIVOS

Para explicar y añadir particulares para que nos entiendan mejor.

Es decir/O sea  ►Es una persona muy dulce, es decir que no se enfada nunca / No queremos ir, o sea, preferimos no ir.

De hecho ► Dijo que se iba con su novia y, de hecho, eso es lo que hizo.

Efectivamente ► Su hermana, efectivamente, estaba presente.

Además /Además de ► Además, el restaurante tiene una sala para fumadores. / Además de inteligente eres muy buena persona.

3. CONCLUSIVOS

En las enumeraciones para concluir y para resumir cuentas.

Finalmente ► Éste es Miguel, luego está Fermín y finalmente el pequeño, Jorge.

Por fin ► ¡Habéis llegado, por fin!

En fin ► El despertador se había estropeado, el reloj estaba roto… en fin: no conseguimos llegar a tiempo. 

 

El Romanticismo da voz a la crisis que surge del rechazo de un mundo viejo y al súbito intento de ajustarse a un mundo totalmente nuevo.

Como la Sinfonía n° 9 de Beethoven para los contemporáneos del compositor alemán, así los valores románticos representados por una nueva clase burguesa rompieron las reglas de la Ilustración de la antigua nobleza, para traer las pasiones y el genio creador en primer plano sin abandonar la aspiración, aunque sufrida, a lo Divino. El Faust de Goethe que vende el alma al diablo por sed de conocimiento, juventud y poder, es el símbolo de esta nueva humanidad entre el bien y el mal.

El romántico vive la vida como un destierro, una tragedia, algo cuya plenitud es inalcanzable, irrealizable en la realidad. El sentimiento de fracaso que causa la fuga hacia el pasado, lo exótico, hacia el ensueño, también provoca una postura muy crítica, el desarrollo de un subjetivismo muy fuerte, de un sentimiento de rebeldía, de afirmación de la libertad. Claro, es la libertad de la burguesía que sólo quiere aumentar sus negocios, asentar su poder recién adquirido y destruir el absolutismo que sigue presente en los regímenes, no tiene por supuesto el rasgo social que caracterizará la lucha obrera del siglo XX.

El romántico, ya rebelde contra Dios, se rebela pues contra la sociedad y sus leyes anticuadas e injustas, sus corrupciones políticas. Si la rebelión contra la tiranía de Dios la lleva a cabo Satanás, la lucha contra el mundo la emprende el Pirata o el Bandido o el Mendigo, individuos libres, al margen de la sociedad desde que pueden juzgarla y criticarla abiertamente aunque sufriendo directamente las consecuencias de las injusticias que ella produce.

La Canción del Pirata de Espronceda, poeta romántico por antonomasia, con sus tonos grandilocuentes, frente al intimismo porsromántico, antirromántico de la lírica desnuda y libre de Bécquer, es un ejemplo.

Con diez cañones por banda,
viento en popa, a toda vela,
no corta el mar, sino vuela
un velero bergantín.
Bajel pirata que llaman,
por su bravura, El Temido,
en todo mar conocido
del uno al otro confín.

La luna en el mar riela
en la lona gime el viento,
y alza en blando movimiento
olas de plata y azul;
y va el capitán pirata,
cantando alegre en la popa,
Asia a un lado, al otro Europa,
y allá a su frente Istambul:

Navega, velero mío
sin temor,
que ni enemigo navío
ni tormenta, ni bonanza
tu rumbo a torcer alcanza,
ni a sujetar tu valor.

Veinte presas
hemos hecho
a despecho
del inglés
y han rendido
sus pendones
cien naciones
a mis pies.

Que es mi barco mi tesoro,
que es mi dios la libertad,
mi ley, la fuerza y el viento,
mi única patria, la mar.

Allá; muevan feroz guerra
ciegos reyes
por un palmo más de tierra;
que yo aquí; tengo por mío
cuanto abarca el mar bravío,
a quien nadie impuso leyes.

Y no hay playa,
sea cualquiera,
ni bandera
de esplendor,
que no sienta
mi derecho
y dé pechos mi valor.

Que es mi barco mi tesoro,
que es mi dios la libertad,
mi ley, la fuerza y el viento,
mi única patria, la mar.

A la voz de “¡barco viene!”
es de ver
cómo vira y se previene
a todo trapo a escapar;
que yo soy el rey del mar,
y mi furia es de temer.

En las presas
yo divido
lo cogido
por igual;
sólo quiero
por riqueza
la belleza
sin rival.

Que es mi barco mi tesoro,
que es mi dios la libertad,
mi ley, la fuerza y el viento,
mi única patria, la mar.

¡Sentenciado estoy a muerte!
Yo me río
no me abandone la suerte,
y al mismo que me condena,
colgaré de alguna antena,
quizá; en su propio navío
Y si caigo,
¿qué es la vida?
Por perdida
ya la di,
cuando el yugo
del esclavo,
como un bravo,
sacudí.

Que es mi barco mi tesoro,
que es mi dios la libertad,
mi ley, la fuerza y el viento,
mi única patria, la mar.

Son mi música mejor
aquilones,
el estrépito y temblor
de los cables sacudidos,
del negro mar los bramidos
y el rugir de mis cañones.

Y del trueno
al son violento,
y del viento
al rebramar,
yo me duermo
sosegado,
arrullado
por el mar.

Que es mi barco mi tesoro,
que es mi dios la libertad,
mi ley, la fuerza y el viento,
mi única patria, la mar.

Fuerza del hombre y de la naturaleza, rebeldía ante la sociedad y su sentencia de muerte. Se oyen los tambores leyéndola tanto suenan y resuenan las palabras.

Pues, escuchad la canción, que muy bien la interpreta. 

 

Nada parecido a lo que está pasando en Italia, pero también los estudiantes españoles están protestando. Aquí el texto.

Y aquí abajo una foto de estudiantes en Madrid, protestando probablemente con palabras no muy distintas de las que se utilizan en nuestras calles en estos días. Puede ser interesante comparar los contenidos de la protesta de nuestro país preferido con la nuestra.

Clica para aumentar el tamaño.

 

Si clicas en este enlace podrás leer lo que se dice en España. Sobre Italia.

Se dice que el tiempo es dinero.

Hoy aprendemos las diferentes formas para expresar la cantidad de tiempo que pasa entre un hecho y el punto temporal en que nos situamos.

Quién sabe si ganamos algo.

Si nos fijamos en la cantidad de tiempo transcurrido a partir de un suceso hasta el momento al que se refiere la frase podemos utilizar las siguientes expresiones que sirven para indicar la duración, pues.

Vamos a ver:

1. HACE+expresión temporal+QUE:

Hace dos meses que conozco a Claudia;

¿Cuánto tiempo hace que estudias español?

2. DESDE HACE+expresión temporal:

Están leyendo desde hace más de media hora;

¿Desde hace cuánto tiempo ha aprendido a nadar?

3. LLEVAR+expresión temporal+(gerundio):

Lleváis tres horas repitiendo lo mismo;

Llevan años tras él (sobrentendido “yendo”)

En todos estos casos, cuando queremos hablar en pasado utilizamos el imperfecto del verbo hacer o del verbo llevar:

Hacía mucho que no la veía.

Llovía desde hacía varios meses.

LLevaba casi tres meses allí.

Además, hay que señalar que cuando la acción que estamos contando es negativa, como por ejemplo en las frases

Hacía mucho que no la veía;

No sale con nadie desde hace un mes;

Hace una semana que no veo a Fermín

entonces LLEVAR+expresión temporal+(gerundio) que acabamos de ver, deja sitio a la siguiente estructura:

4. LLEVAR+expresión temporal+SIN+ INFINITIVO.

Las frases anteriores, pues,  se convierten en las siguientes:

LLevaba mucho tiempo sin verla;

LLevaba  un mes sin salir con alguien;

Llevaba una semana sin ver a Fermín.

Si la frase no es negativa ya, para utilizar esta estructura hay que cambiar un poco las cosas y retocar las frases más, cambiar el verbo, añadir palabras, conectores.

Por ejemplo:

LLevo dos años estudiando sólo español

la tengo que cambiar en

Llevo dos años sin estudiar  más que español

o

Llevo dos meses buscando piso

en

Llevo dos meses sin encontrar piso.

En cambio, para hablar del momento en que se produjo un hecho no ponemos el acento en la duración sino en la determinación del suceso en el tiempo pasado:

5. HACE+ expresión temporal:

Hace diez minutos ha llamado tu tío Federico;

Hace una semana hubo un accidente aquí mismo.

Finalmente, para indicar cuándo empezó dicho suceso, simplemente utilizamos una preposición que siempre indica origen - temporal o espacial. Ésta estará acompañada, igual que en el precedente caso, por una expresión temporal que se refiere a un momento determinado en el pasado (y no como en el primer caso, en que se hablaba de duración, por una cantidad de tiempo). Por eso dicha expresión podrá ser una fecha, un día de la semana, una hora determinada, o un hecho determinado (v. tercer ejemplo).

6. DESDE+expresión temporal: 

No veo a Fermín desde el sábado; 

Estamos aquí desde las cinco;

No sale con nadie desde que murió su hermano.

Generalmente podemos utilizar diversas estructuras para decir la misma cosa, según que se mire la duración o el momento en que ocurrió o empezó el hecho al que nos referimos, claro, como digo, cambiando un poco las frases, ajustándolas a las estructuras sin perder el significado original.

Os dejo ensayar. El juego consiste en decir la misma cosa con las diferentes estructuras y ver los cambios que tenemos que aportar y cómo cambia la perspectiva.

En la formación del plural nuestro idioma preferido se parece al inglés: pone la -s si la palabra termina en vocal, y -es si termina en consonante, todas la consonantes, incluída la y (menos en una palabra como jersey, su plural efectivamente es jerséis).

Vamos con unos casos curiosos.

Si la palabra termina en -í acentuada como marroquí, iraní, israelí, etc. entonces se añade -es, como si fuera una consonante

marroquíes, iraníes, israelíes.

Otro caso raro es el de las palabras que no cambian del plural al singular y viceversa; se trata de palabras indiferentes al número porque ya terminan en -s (en sílaba no tónica porque si es tónica como en país o autobús el plural se forma normalmente con países y autobuses). Estas palabras indiferentes al número son por ejemplo

análisis, énfasis, crisis o faringitis y otras inflamaciones como otitis, peritonitis, etc.

¿Y qué pasa con nuestros casos raros vistos en el post anterior, los con la a- tónica al principio de palabra – agua, águila, alma, arma, hambre, área - que en el singular requerían un artículo masculino? Como ya se anticipaba en el caso de arte que al plural se transforma en femenino, como en bellas artes, pues, al plural tienen el artículo femenino, así como les pasa, como ya hemos visto, con los adjetivos

las aguas, las águilas, las almas, las armas, las hambres, las áreas.

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